Noir Factory 2018-05-02T11:18:31+00:00
  • Noir Factory Laboratorio di Cinema e Scrittura Creativa

NOIR FACTORY – Laboratorio di Cinema e Scrittura Creativa

Il Laboratorio di Cinema e Scrittura Creativa  NOIR FACTORY (c/o Scuola di Cinema di Napoli) – a cura di Valerio Caprara e Giuseppe Cozzolino – si rivolge a quanti vogliono acquisire conoscenze di base su tecniche di scrittura applicate all’editoria e all’audiovisivo. Il tema di riferimento è il Noir, macrogenere che attraversa ogni tipologia letteraria e filmica: dal Giallo al Rosa, dal Western alla Fantascienza. L’obbiettivo finale è l’allestimento una “writer’s room” che sviluppi storie per l’Editoria, il Cinema, la Televisione ed il Web.

Con la supervisione degli scrittori Diana Lama, Simonetta Santamaria, Michele Serio, gli Allievi del Laboratorio hanno prodotto quest’anno una serie di Storie Brevi e si apprestano ad elaborare i Soggetti di una Webseries mystery/thriller autoprodotta da Noir Factory.

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I racconti

Grazie alla collaborazione tra Providence Press e Noir Factory, vi proporremo in questo spazio alcuni racconti nati dal Laboratorio di Scrittura Creativa diretto da Valerio Caprara e Giuseppe Cozzolino.

Da qualche parte, nelle profondità della terra e dell’animo, c’è un luogo caldo e umido. Un antro dove l’aria è soffice, un utero dove un caldo fumoso avvolge ogni particella di materia.
Lì ci sono un uomo e una donna, sospesi sulle fluttuanti, turbinose, lenzuola di un letto rosso. Ci sono i seni nudi e turgidi di lei, le sue labbra socchiuse, la testa riversa all’indietro, gli occhi ben aperti, i movimenti lenti e molli del bacino sul pube del maschio. E c’è lui: il corpo steso inerme e svuotato, le mani alla disperata ricerca di un punto di contatto col corpo femminile, la barba da asceta e il pene eretto. Ha gli occhi chiusi, accecati.
È un bagliore: il bruciare di una pipa dal sangue divinatorio. Il suo fumo ha avvolto l’aria e confonde la mente, striscia nella testa, dietro gli occhi, confondendo ciò che è reale con ciò che è intimo.
L’uomo è circondato da un buio palpitante, sguisciante, in metamorfosi. È solo. Una prima luce cerca di squarciare le tenebre, flebile, tremula, in assestamento: È una scritta il cui neon rosso recita “The Highest Search”. Due scritte più piccole si affiancano a questa circondandola, “The Art of Sex” e “It’s a Spiritual Thing”. È un’insegna.
È posizionata in alto, dietro l’uomo, e capeggia un corridoio, un lungo cunicolo che si rivela in lascive luci viola che provengono dalle pareti dove si susseguono in fila tante celle ricoperte da pareti di materiale opaco. Al loro interno danzano silhouette femminili, ombre seducenti e misteriose eppure familiari come i contorni di ricordi riportati in vita dalla luce del neon.
Lui cammina lungo il corridoio attraverso i campi magnetici di quei corpi. Alla fine di esso una pesante tenda rossa segna il confine con un altro ambiente ancora ignoto, l’attraversa.
Si ritrova in una stanzetta circolare, accogliente. Al suo centro c’è un robusto tavolo di legno, tondo, con alcune sedie. Su un lato della stanza una scala a chiocciola si avviluppa su sé stessa.
Dai suoi scalini scende una bionda figura bianca che, con grazia ineffabile, sembra galleggiare per la stanza tra i drappi candidi del suo vestito. Si rivela davanti all’uomo e nei suoi occhi si riversa una bellezza commovente, pura, assolutamente incomunicabile. Non vorrebbe lasciarla mai più, è lei quella che ha cercato in tutte le donne della sua vita.
La dama in bianco, in una stanza inondata dal sole, stringe un neonato al petto.
“Sembra tu abbia visto un fantasma…”
La voce di lei lo scuote dal torpore, ma non riesce a risponderle.
“Siediti, aspetta qui. Tra poco una delle mie ragazze verrà a prendersi cura di te.”
Lo accarezza. Dio, vorrebbe solo lei, ma non può averla. Si deve limitare a eseguire la volontà della padrona. Si siede al tavolo.
Sulla superficie di legno levigato troneggia una enorme civetta impagliata che nei suoi grandi occhi gialli sembra nascondere il mistero di altri mondi e della verità. Sotto l’animale, in un’elegante confezione sono contenute in una fila ordinata una schiera di eleganti pipe di metallo luccicante. Le conosce bene e sa altrettanto bene quale sia la natura del loro contenuto. Ne prende una e la fuma. Il fumo torna a invadere la stanza.
Una mano femminile gli sfiora la spalla d’improvviso. Si gira e una ragazza lo prende per mano, dandogli le spalle, portandolo via. Non è riuscito a vederla in volto ma è quasi certo che sia la donna della stanza dal letto rosso: Lo trascina su, lungo la scala a chiocciola, e lo conduce attraverso una porta. Si ritrova proprio in quella stanza, e anche la donna è la stessa.
Inizia a ballare lentamente di fronte a lui che la guarda mentre si spoglia sul letto. Una volta nuda si distende, aprendo le gambe mollemente verso il suo volto.
Miglia di strade scorrono come secrezioni sotto il suo sguardo, si srotolano portandolo a perdersi nella notte buia. Lui le attraversa, seppur immobilizzato, come una scheggia impazzita trascinato da una forza inarrestabile. Il vento ulula, dalla strada iniziano ad innalzarsi come spettri le esili figure di alberi dal terreno. È in un bosco.
La sua caduta in quel mondo allucinante termina e si ritrova in una radura buia circondata dagli alberi. Il silenzio è interrotto dal canto ritmato e sincronizzato di civette nascoste e invisibili. Un alto fuoco si accende spontaneo al centro della radura mentre numerose figure femminili escono allo scoperto, strisciando da dietro gli alberi. Le riconosce subito, sono le ombre che danzavano nel corridoio. Le conosce già tutte, sono state tutte parte della sua vita.
Il canto delle civette si tramuta progressivamente nella musica di percussioni palpitanti che fanno vibrare l’aria. Le donne si lasciano trasportare in una danza estatica: i corpi nudi vibrano, scattano e si contorcono attraversati dall’elettricità dell’aria. Viene rapito in quel turbine: ginocchia che si piegano, labbra che si arricciano, gambe che sfregano, seni che si scuotono, glutei che si flettono, mani che stringono, dita che penetrano.
È al centro di quella massa turbinosa e ogni centimetro della sua pelle viene posseduto, reclamato. Il suo corpo è oggetto del desiderio, la passione lo travolge. Vengono sussurrate rivelazioni inconfessabili e confessioni rivelatorie.
L’apice della tempesta passa e l’aria torna quieta. Mentre si rialza di fronte a sé c’è una sola figura: la dama bianca, sua madre.
Avvicina il volto sorridente a quello del figlio, e lo bacia fugacemente: una forza travolgente lo colpisce al basso ventre, sollevandolo dal terreno. Lo proietta verso il cielo, il suo corpo è ora un peso inarrestabile lanciato verso gli astri. Vola sempre più alto finché non è parte del cielo notturno.
Il disegno del cosmo si rivela davanti a lui, immenso e meraviglioso, nello scintillare di milioni di stelle, nel movimento di pianeti, soli e galassie.
È bellissimo, ed è ospitale.
Sospeso nel cielo si sente parte di quel tutto, è finalmente tornato a casa. Allunga il braccio davanti a sé…
Una mano fuoriesce dalle gambe della donna stesa, nella stanzetta. Si protende verso l’uomo, strabiliato, in fondo alla stanza. Con dei disturbanti rumori alla mano seguono un braccio e una spalla, poi una testa. Bastano pochi secondi e faccia a faccia con l’uomo si trova un suo perfetto clone.
Il clone gli stringe con forza le spalle e poi con dolcezza fa salire le mani sul suo collo, accarezzandoglielo, fino a tenergli il volto. Sfoggia un sorriso estatico e ha una luce nei suoi occhi. Scintillano.
La luce esplode nella stanza, avvolgendo tutto nel suo fulgore, bruciando l’aria, accecandogli gli occhi, cancellando lo spazio.
Con essa arriva il primo morso, feroce e affamato. Le zanne del clone si stringono sulla sua giugulare. Uno strappo deciso e la carne molle si strappa, mentre il rosso caldo del sangue irrompe nel candore in cui si trova.
Il sacrificio, l’offerta: l’ultimo passo necessario per confluire in quella forma superiore.
Si lascia andare.
La pelle viene penetrata, la carne lacerata, i tendini squarciati, le ossa frantumate. Il corpo si disintegra, lo spirito si libera. Le ferite testimoniano il cammino, le piaghe urlano la rivelazione, gli squarci sono varchi verso l’altrove. Il sangue spruzza incontrollato.
È estasi, trascendenza…piacere!
Si stacca dalle proprie spoglie, è tempo rinascere nella sua nuova identità: La sua ricerca è completa.

Marco Santeusanio è nato a Napoli il 7 novembre 1995.
Studia Economia all’Università Federico II di Napoli ed è stato studente di Cinema presso la Scuola di Cinema di Napoli (Laboratorio di scrittura NOIR FACTORY) e la Scuola di Cinema, Fotografia e Televisione Pigrecoemme.
Si interessa di scrittura e produzione audiovisiva.

Era una spiaggia bellissima. La sabbia era di un colore così candido che sembrava non essere mai stata calpestata da piede umano. Solo il vento, con i suoi capricci, aveva di tanto in tanto sferzato la sua dolce linea, creando delle piccole dune su cui si adagiavano i gabbiani. Il mare, infrangendosi su di una piccola scogliera di poco più a largo, giungeva sulla riva attraverso delle piccole onde di sola schiuma.
Era rimasta proprio identica a come la ricordavo da bambino.
Presto sarei stato trasferito proprio in quel posto magico, dove venivo con i miei genitori durante le ferie estive.
Approfittando di un fine settimana libero, vi portai mia moglie. Le piacque moltissimo, ma ormai la nostra breve vacanza volgeva al termine, ed era tempo di tornare a casa. Giusto pochi minuti per andare in albergo, prendere le nostre valigie e ripartire verso una nuova settimana di lavoro.
Mentre eravamo in macchina, mia moglie continuava ad osservare il lungo litorale, lasciandosi sfuggire ogni tanto dei sospiri quando poteva godere meglio del panorama.
“Caro!” strillò all’improvviso, rischiando di farmi venire un infarto.
“Cosa?  Abbiamo lasciato un bagaglio in camera?” chiesi seccato.
“Accosta, accosta!”.
Fermai subito la macchina a lato della strada, temendo il peggio.
Lei subito balzò giù dal sedile, e cominciò a correre. Si fermò pochi metri più avanti e mi disse di raggiungerla.
“Si può sapere che ti è preso?”
“Guarda!”. Mi indicò una graziosa villetta che spiccava solitaria in uno slargo del lungomare.
Mi fissava con occhi colmi di desiderio.
“Cara…non capisco.”
“Beh sai, tra poco dovremo cercare casa qui.”
Non ebbe bisogno di terminare la frase. Era rimasta folgorata da quell’abitazione.
“Ma tesoro” provai a rispondere “non sappiamo neanche se ci abita qualcuno. Poi considera che è un posto molto particolare, costerà parecchio.”.
Lo sguardo di mia moglie si spense. Cavolo, dovevo imparare ad essere più delicato.
“Ah già, va bene” si limitò a dire, e tornò sconsolata verso l’auto.
Presi posto anche io al volante. Sapevo che era solo questione di secondi. Ed infatti, pochi attimi dopo, scoppiò a piangere.
Venivamo da un periodo non proprio felice. Anzi, diciamo pure catastrofico.
Aspettavamo un bambino da diversi mesi. A pochi giorni dalla nascita, quando mia moglie cominciò ad avere le contrazioni, la portai subito in ospedale. Ricordo l’ansia mista a felicità dipinta sul suo volto quando entrò in sala operatoria. Ricordo il lungo affaccendarsi delle infermiere intorno al suo lettino. Ricordo il volto del dottore quando disse che il bambino era nato con una grave malformazione. Ricordo quando, dopo un po’, ci venne riferito che non era riuscito a sopravvivere.
Ricordo le urla di mia moglie.
Avevamo appena superato quel tragico momento, e ora non potevo permettere che qualcosa turbasse la nostra serenità.
“Ascoltami” dissi “facciamo così. Mi aspetta un periodo piuttosto duro a lavoro, ma ti prometto che appena mi sarà possibile tornerò qui a cercare la casa più bella che ci sia, e comincerò proprio con il domandare di quella villa che ti piace tanto. Va bene?”.
Mia moglie apparve subito sollevata dalle mie parole. Si limitò a rispondermi con un lungo sorriso e si asciugò le lacrime.
“Ora dobbiamo andare.” girai la chiave e partii spedito verso casa.

La vita qui è fantastica. I miei colleghi  in centrale mi hanno subito voluto bene. Ci siamo trasferiti da poco, ma ci abbiamo messo poco anche ad ambientarci.
Il mio turno per oggi è terminato e non vedo l’ora di tornare a casa per la cena.
Alla fine, viviamo proprio nella villa che desiderava mia moglie.
Devo ammettere che ci è voluto un bel pò. Il lavoro mi portò via più tempo del previsto e riuscii a prendere appuntamento con l’agenzia immobiliare del luogo più di sei mesi dopo la gita.
Il titolare mi stava aspettando nel suo ufficio, e quando gli chiesi informazioni riguardo alla casa, la sua espressione si incupì. Mi disse che era libera e fece un primo prospetto del costo.
La somma era incredibilmente bassa per un’abitazione di quel tipo.
Fu lui a rompere il silenzio, mentre io controllavo meglio la cifra, credendo di essermi sbagliato.
“Signore, si starà chiedendo come mai un gioiello del genere possa essere pagato ad un prezzo così basso.”.
“Infatti.”. Lo guardai con curiosità.
“Ecco, si tratta di una faccenda molto singolare, e spero che quanto sto per dire non le faccia cambiare opinione riguardo la professionalità della nostra agenzia”.
“Ovvio che no. Ma la prego, continui pure”.
“Bene. Allora…” prese un profondo respiro e poi cominciò “La villa in questione era abitata fino a poco tempo fa da una ricca signora molto nota in città. In casa con lei viveva il suo maggiordomo di fiducia. La donna era anziana e ritirata a vita privata, ma i suoi parenti andavano spesso in visita”. Fece una pausa e mi guardò con imbarazzo: “Poi è successo il fattaccio. Dopo alcuni giorni in cui nessuno rispondeva al telefono, uno dei nipoti passò a trovarla. Trovò la porta dell’abitazione aperta. Lo spettacolo che si parò davanti agli occhi era raccapricciante: la zia ed il maggiordomo erano riversi in una pozza di sangue, lei in camera da letto e l’uomo sul pavimento della cucina”.
Pausa. Mi guardò, lo guardai. Con un piccolo cenno della testa lo invitai a continuare.
“Le indagini vennero subito avviate e la villa venne posta sotto sequestro. Il caso sembrava essere più difficile del previsto, e nonostante siano già passati alcuni mesi nessuno è riuscito a venirne a capo. Il procuratore ha da poco deciso il dissequestro, e i nipoti l’hanno subito messa in vendita. Ma il problema è che…”
Quell’uomo stava iniziando a darmi sui nervi: “Il problema è che?”
“Il problema, come dicevo, è che non si è mai saputo nulla dell’omicida. Sa, in una cittadina come la nostra le voci corrono subito, e da un po’ di giorni a questa parte ne circolano un paio alquanto fantasiose”
“Tipo?”
“Ecco, come dirle, gira voce che in realtà non ci sia un assassino. O meglio, che non sia di carne e ossa come si potrebbe pensare”
“Mi scusi, ma non la seguo”
“Infestata, ecco! Le persone sono convinte che quella casa sia infestata ed anche io, per quanto sia una persona molto razionale, non posso nascondere che sono alquanto turbato riguardo…”
Scoppiai a ridere. Non lo feci apposta. Ma fu più forte di me. Sarò stato scortese, ma non sono riuscito a trattenermi. Gli firmai l’assegno che ancora ridevo. Tutt’oggi, quando ripenso a quella scena, mi domando se il titolare dell’agenzia non dicesse sul serio.

Eccomi arrivato. Casa dolce casa.
Chiudo l’auto e mi precipito subito verso la porta.
Che strano: è tutto molto silenzioso. Di solito mia moglie è rumorosa, sempre impegnata a sistemare alla meglio tutte quelle cianfrusaglie che lei trova tanto graziose.
“Tesoro, sono a casa!”
Nulla.
“Cara ci sei?”
Ancora silenzio.
Ma che diamine succede? Giù non c’è nessuno, vado a cercarla al piano di sopra.
Continuo a chiamarla senza avere nessuna risposta.
Passo in rassegna tutte le stanze.
La porta del bagno è chiusa.
Mi avvicino e noto che sulla maniglia c’è una macchia di sangue.
“Ma cosa…Cara!” urlo mentre apro la porta con uno strattone.
“Oh tesoro scusami, non ti avevo proprio sentito!”. Mia moglie tiene le mani sotto l’acqua del lavandino, facendo attenzione a non schiacciare la pancia contro il bordo: ormai è al quarto mese di gravidanza, e mostra una grande premura verso quel pancione che gli si sta gonfiando a vista d’occhio.
“Mi sono tagliata mentre sistemavo i coltelli nuovi nella credenza e non volevo macchiare il lavandino della cucina. Tutto bene a lavoro?”
“Sì sì, tutto perfetto” rispondo sollevato,  mentre mi tolgo il distintivo “Sai, in centrale i miei nuovi colleghi ancora non si capacitano di essersi fatti sfuggire gli assassini della vecchia.”.
Mia moglie si volta e ride. Adoro la sua risata.
“D’altronde, come potevano? Non abbiamo lasciato tracce. Non risaliranno mai a noi. A volte lavorare in polizia ha i suoi vantaggi. Cose c’è per cena?”

Nicola Cioppa, nasce a Maddaloni, provincia di Caserta, il 15 Settembre del 1990. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sul cinema, dal titolo “Stanley Kubrick: influssi sui linguaggi mediali”, le cui ricerche si sono divise tra la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III e la British Library di Londra.  Appassionato di musica e di drammaturgia, oltre che di cinema, suona in un complesso di musica rock e ha partecipato anche a diversi laboratori di teatro con il Comitato Onlus Idea Chiara.

 

Max si trova dall’altra parte dello stradone, la sua immagine le appare sbiadita nell’aria fredda. La nevicata è stata abbondante e la campagna alle sue spalle è talmente candida da soffocare tutti i contorni. Abbaglia più del cielo terso.
Lui tiene gli occhi bassi, pallido, trema di freddo, ma non importa, a lei basta soltanto che sia tornato, ancora una volta sano e salvo. L’ansia che l’ha tenuta sulle spine fino a quel momento lascia posto a una specie di calore diffuso, che le fa scorrere di nuovo il sangue nelle vene. Tira un sospiro di sollievo e si prepara ad attraversare, pregustando l’abbraccio.
Max la vede, cerca di sorriderle, le labbra esangui si tirano in una specie di ghigno doloroso, ma dalla bocca non gli esce suono. Un film muto in bianco e nero, pensa Sara e si blocca.
La verità è che ce l’ha ancora con lei, si capisce, forse teme che ricominci la solita rampogna sulla responsabilità, su chi ha torto e chi ha ragione, sul fatto che ogni gara a cui lui partecipa è come se a lei portassero via un anno di vita. Anche quella mattina hanno battagliato sulla questione e ora Sara si pente di essere stata dura. Intransigente, «Questa volta non vengo a vederti» gli ha detto «non reggo più la tensione, sono stanca del cuore che se ne va per aria. Stanca, capisci?»
Fa un altro passo, vorrebbe tanto che anche lui le andasse incontro, che le dicesse che in fondo l’ha perdonata, che si sono perdonati, invece di quella assurda immobilità fluttuante, in cui le tonalità sembrano aver preso lo stesso colore del ghiaccio accantonato sui bordi dello stradone.
«Avanti, Max, non essere arrabbiato» dice per fare il primo passo. Le basterebbe tendere un braccio per toccarlo, ma si trattiene. Non è orgoglio, ma qualcosa di nuovo e di sbagliato che la disturba. D’un tratto si rende conto che l’ingresso del circuito, in fondo allo stradone, è stato spalancato e una marea di spettatori si avvicina. Hanno quasi tutti un’espressione attonita, addolorata. Qualcuno piange.
«Cos’è successo, Max?» chiede allarmata, la voce ha preso un tono più alto, l’illusione della realtà desiderata si disgrega davanti a quello che non ha visto prima. Che non ha voluto vedere: uno squarcio arrossato deturpa la mascella di Max e prosegue oltre l’orecchio. Vorrebbe sporgersi da quel lato per capire meglio di che si tratta, ma non ha il coraggio. Arretra, la paura le ha smorzato l’accenno di sorriso con cui credeva di stemperare la tensione tra loro.  La macchia rossa, intanto, sta sbiadendo e con lei anche il volto di Max. Sara lo vede disgregarsi incorporandosi nell’aria circostante.
No, Max, ti prego, non andartene, pensa Sara, ma non fa in tempo a dirlo perché lui le ha già voltato le spalle per intraprendere un cammino oscuro. Inorridisce: la parte posteriore del cranio manca e una sostanza grigia e sanguinolente fluttua verso di lei per trasmetterle un ultimo pensiero d’addio, prima di scomparire senza lasciare tracce.
Sara si ritrova sola tra la folla che si disperde. Tra chi le passa accanto, ormai soltanto un chiacchiericcio incredulo a commento delle immagini che scorrono sugli schermi degli smartphone, resoconto di ciò che è stato. La partenza, due giri appena, lo schianto della moto, il corridore sbalzato, la sua caduta sulla pista, il telo bianco che lo ricopre.

LIDIA DEL GAUDIO è napoletana, nata sotto il segno della bilancia. Dopo la laurea in lettere e filosofia ha lavorato nell’ambito della direzione risorse umane per una grande azienda di servizi. Le sue attività artistiche spaziano dalla pittura alla musica e alla scrittura, principalmente noir. Ama in particolare i film di Alfred Hitchcock e i romanzi di Stephen King. Ha frequentato il Centro per le Arti ed i Mestieri del Cinema di Napoli e partecipato ai progetti del laboratorio Noir Factory. Tra le varie pubblicazioni, il romanzo Il Segreto di Punta Capovento è stato finalista nella manifestazione “Un libro per il cinema” 2017, mentre due dei suoi racconti si sono aggiudicati nel 2015 la vittoria al Garfagnana in giallo e nel 2017 al Gran Giallo di Cattolica (quest’ultimo pubblicato su Il Giallo Mondadori).

 

Lo ‘Shi Sushi’ era un ristorante giapponese situato su una parallela del corso principale. Il cartello posto di fianco all’ingresso recante la scritta ‘all you can eat’, convinse Mario a entrare. L’interno era piccolo ma accogliente, i tavoli erano disposti su due file parallele, di fianco a questi ultimi si trovava il bancone del bar e la cassa. La filodiffusione trasmetteva una melodia orientale che pervadeva la stanza.

Appena varcata la soglia di ingresso, fu accolto da un cameriere che lo invitò a seguirlo al tavolo.

Prese posto e iniziò a sfogliare il menu; l’ampia scelta delle portate esotiche stimolava la sua curiosità così, visto che il prezzo era fisso indipendentemente della quantità di cibo che avrebbe ordinato, decise di provare un po’ di tutto.

Il cameriere prese la sua ordinazione, lo ringraziò e andò via.

Mario ingannò l’attesa guardandosi intorno; il locale era semi deserto, i pochi clienti di origine orientale seduti ai tavoli di fronte a lui parlavano tra loro in un idioma incomprensibile.

La sua attenzione fu catturata dai quadri appesi lungo le pareti raffiguranti figure umanoidi, caratterizzate dalla pelle bluastra, occhi sporgenti, zanne color avorio, e lunghe corna.

“Chi sono?” chiese al cameriere di ritorno dalla cucina. Troppo tardi pensò che forse avrebbe dovuto chiedere cosa fossero.

“Quelli sono Oni signore, guardiani dell’inferno” rispose.

La cosa lo turbò; quelle figure appese al muro, in netto contrasto con l’ambiente confortevole del locale, sembravano quasi fissarlo.

All’improvviso l’atmosfera si fece meno accogliente. Mario divorò la cena in attimo, il suo unico desiderio adesso era quello di uscire alla svelta da quel luogo.

Quando andò alla cassa per pagare, il proprietario del ristorante, un anziano signore dal viso raggrinzito ma con uno sguardo fin troppo vivo, gli sorrise mostrando i pochi denti marci e, com’è in uso nei ristoranti giapponesi, gli offrì un biscotto della fortuna.

Mario lo accettò ringraziandolo, pagò il conto e scappò via.

E solo quando arrivò a casa provò finalmente una sensazione di sollievo.

Ficcò la mano in tasca e si ricordò del biscotto. Scoprire cosa gli avrebbe riservato il destino meritava almeno un cicchetto. Così si versò due dita di whisky di quello buono, lo assaporò lasciando che l’alcool gli eccitasse le papille, poi ruppe il biscotto e lo mangiò. Il retrogusto leggermente amarognolo gli strappò una smorfia. Srotolò il bigliettino, la scritta sul pezzetto di carta ‘morirai stasera’ lo lasciò sgomento.

In quello stesso momento un brivido gli corse lungo la schiena. Iniziò a sudare freddo, aveva la nausea, sentiva il bisogno di vomitare…

Barcollando e tenendosi lo stomaco si diresse in bagno.

Le luci si abbassarono, dall’oscurità emerse un’ombra.

Mario la vide dallo specchio del bagno. Non fu suggestione.

Assomigliava davvero ai demoni del ristorante. Si girò di scatto: “Oni…”

Fu l’ultima cosa che disse prima di essere ghermito dalla figura.

MATTIA CECERE è nato a Napoli nel 1979. Ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi della Campania ‘Luigi Vanvitelli’. Nel 2002 si è arruolato nell’esercito, dove ha conseguito la qualifica di Graduato in servizio permanente, partecipando a diverse missioni all’estero in ambito Nato e ONU.
E’ da sempre un appassionato di cinema e letteratura “di genere” (Noir, Mistery , Action, Pulp e Fantascienza.